Fuocoammare

Anno: 2015

Regia: Gianfranco Rosi

Durata: 106’

Paesi di produzione: Italia e Francia

Cast: Samuele Pucillo, Pietro Bartólo, Samuele Caruana, Maria Costa, Mattias Cucina, Giuseppe Fragapane

Soggetto: Carla Cattani

Sceneggiatura: Gianfranco Rosi

Produttori: Donatella Palermo, Gianfranco Rosi, Serge Lalou e Camille Laemlé

Produzione: 21Uno Film, Stemal Entertainment, Istituto Luce Cinecittà, Rai Cinema, Les Films d’Ici, Arte France Cinema

Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà, 01 Distribution

Fotografia: Gianfranco Rosi

Voto: 6 Stars (6 / 10)

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Fuocoammare è a metà strada fra un documentario e un film di finzione, siccome mostra in modo alternato la cruda e drammatica realtà dei migranti del Mediterraneo e la vita di un gruppo di persone di Lampedusa, immaginando e mettendo in piedi alcuni scenari, soprattutto nel secondo caso. Non mi è sembrata una scelta degna di nota, dato che su un tema così importante ci si aspetterebbe ben altro tipo di discorso e di poetica, qualcosa più di impatto e più calzante al problema specifico. Fuocoammare è stato premiato con l’Orso d’oro al Festival internazionale del cinema di Berlino: un grande riconoscimento per un’opera a mio avviso non riuscitissima.

Il film è perlopiù recitato da attori non professionisti che interpretano se stessi, ma l’intervento dell’autore è sempre ben percepibile, si capisce che non è una semplice ripresa della realtà oggetto del discorso. Nella parte dedicata agli sbarchi dei migranti e alle loro pessime e inumane condizioni di viaggio, si viene a contatto con immagini che non possono non colpire, e che magari fanno riflettere anche chi, con superficialità, ignoranza e razzismo di base, giudica e odia queste persone disperate; purtroppo c’è chi non riesce ad immedesimarsi (o non vuole farlo) in condizioni di esistenza che potevano benissimo capitare a noi stessi. L’altra anima del film non dona nessun senso particolare all’aspetto umanitario in questione, né riesce ad emozionare in modo suggestivo, narrando delle scoperte ed esperienze, abbastanza piatte e banali, di un ragazzino dodicenne dell’isola, Samuele, e della lenta e un po’ arcaica (almeno per come ci viene mostrata) quotidianità lampedusana. Questione di punti di vista. Certo, Rosi ha provato a fare qualcosa di diverso dall’offrire una lettura solamente cronachistica del fenomeno, ma, a parte la bellezza e la pregnanza di alcune immagini, non m’è sembrato un modo di procedere molto efficace: i riferimenti e le simbologie sono troppo deboli, come ad esempio il possibile parallelismo fra l’occhio pigro di Samuele e la volontà di non vedere della società occidentale: parliamo della comune ignoranza, per quieto vivere, di ciò che può disturbarci e che accade a pochi chilometri da noi. Va però reso al regista il merito di non essere caduto nella trappola di una narrazione molto retorica, rischio non così raro quando si va al di fuori di una secca rappresentazione della realtà e si cerca, invece, di comunicare attraverso un altro tipo di immagini, di evocare empatia tramite una particolare estetica filmica.

Un punto di raccordo fra i due mondi è il medico dell’isola, Pietro Bartolo, profondamente segnato dall’esperienza decennale di assistenza e cura degli immigrati, come si può evincere dalle dichiarazioni oneste e sofferte rilasciate nel corso dell’opera. Per il resto, i due piani del film non interagiscono: da un lato vi sono i migranti allo stremo delle forze o della sopportazione, a parte da essi c’è invece la gente comune, dedita all’attività di pesca o comunque immersa nella propria dimensione di “normalità”. Ad ogni modo, toccare la tematica urgente dei migranti è sempre salutare, se fatto con rispetto e sensibilità: due valori che non sono mancati a Gianfranco Rosi; mostrare infatti la tragedia esistenziale vissuta da centinaia di migliaia di persone, così vicina ad una quotidianità con la quale possiamo identificarci, ci mette in guardia dal fatto che quest’ultima non ci è dovuta da nessuno, e che magari dovremmo modificarla e cercare di comprendere cosa accade nel mondo. Qui sta la maggiore potenzialità del film, la quale però avrebbe dovuto concretizzarsi in una forma più incisiva e profonda.

Autore

drugo

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Giovanni Vito Caserta, detto Drugo per via di una fortunata serie di coincidenze (ha in sé la pigrizia del “Dude” Lebowski, “Arancia meccanica” tra i film preferiti e tifa una squadra bianconera legata a questo nome :-D) dedica ogni momento possibile all’approfondimento e alla conoscenza delle sue passioni, ovvero cinema, telefilm, libri, musica e tutto quanto vi ruoti intorno. È laureato in Scienze della Comunicazione (triennale) e Teoria dei Linguaggi e della Comunicazione Audiovisiva (magistrale), oltre ad essere un grande amante degli animali.

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